Per scoprirlo non c’è altro mezzo che metterla in moto e scoprirlo. Come dicevamo la linea indubbiamente è quella, il serbatoio prosegue, o anticipa a seconda dei punti di vista, la linea della comoda sella piatta, la strumentazione è rigorosamente analogica e a parte il tubo in treccia aeronautica del freno anteriore, non si scorgono anacronismi di modernità, sembra effettivamente un pezzo originale dell’epoca. La si mete in moto e si avverte la coppia di ribaltamento, ossia quell’effetto dovuto dai motori a V o boxer per cui dando gas la moto “dondola” a destra e sinistra; mentre le due marmitte danno subito un responso positivo: la voce del V7 è calda, ma un po’ graffiante, come un Tom Waits prima maniera; tiriamo la frizione (non regolabile come non lo erano quelle degli anni ’70) e dando una bella acciaccata mettiamo la prima.
Il motore da 50 cavalli ronfa pronto e quando diamo gas non ci vuole molto per arrivare alla coppia da 54,7 Nm a 3600 giri/minuto. Verrebbe voglia di levarsi il casco e di infilarsi un pacchetto di sigarette nella manica della maglietta per affrontare allegramente le curve come si faceva una volta. La ciclistica, effettivamente, non è esattamente come quella di una volta, ma il telaio che sembra derivato dalla Nevada, agevola gli inserimenti in curva e rende la moto stabile e abbastanza precisa. Le marce si susseguono e seppure non ci si debba aspettare velocità da supersportiva giapponese, la V7 conferisce un’ottima sensazione di sicurezza e divertimento. Passando sui pavé o su piccole sconnessioni non ci si aspetti di stare su una specie di astronave che assorbe tutto, le sospensioni infatti fanno sentire, seppur minimamente, la “scomodità” dell’asfalto non perfetto o, per essere più precisi, la possibilità di divertirsi anche quando il fondo stradale non è al livello di una gara di Moto GP.