Autorità, Colleghi, Signore e Signori,
assumo oggi la Presidenza di una Federazione autorevole e prestigiosa qual è la Federmeccanica; di questo ringrazio i colleghi imprenditori che hanno riconosciuto nella mia persona le caratteristiche adatte a rappresentarli.
E' inutile dire che l'orgoglio che me ne deriva è almeno pari alla responsabilità che la carica comporta.
Il settore metalmeccanico, di cui Federmeccanica è espressione, è costituito da un universo quantitativamente ampio e qualitativamente articolato; secondo i più recenti dati censuari, le imprese metalmeccaniche industriali, al netto quindi di quelle artigiane, sono circa sessantamila con oltre un milione e seicentomila addetti.
Circa 1'8% del PIL nazionale ed oltre il 40% del valore aggiunto manifatturiero è direttamente prodotto dalle imprese metalmeccaniche e quasi il 50% dell'intero export è da esso originato.
La produzione del settore spazia dalla siderurgia all'elettronica, dall'impiantistica all'auto, dalla meccanica generale alla cantieristica navale.
Un settore, insomma decisivo per le sorti dell'economia nazionale.
E' per questo che mi accingo a sostituire l'amico Alberto Bombassei alla guida di Federmeccanica con la piena coscienza della responsabilità che questo incarico comporta.
Intendo farlo, lo farò, nel segno della continuità, traducendo in azioni e comportamenti le indicazioni che dalle imprese mi proverranno, proseguendo nella linea del rigore e del rispetto delle regole che da sempre ha caratterizzato Federmeccanica.
Peraltro, anche alla luce delle vicende che in questi anni recenti hanno segnato le relazioni sindacali nella nostra categoria, moltiplicherò, con il contributo dei Vice Presidenti e del Consiglio Direttivo, gli sforzi per ristabilire una condizione di dialogo e di comprensione reciproca con tutti gli interlocutori sindacali.
Oggi come non mai il nostro sistema ha bisogno di concordia e di collaborazione.
Il conflitto è un elemento connaturato a società complesse e articolate quali sono le società industriali avanzate, alle quali l'Italia appartiene, ed in quanto tale non è eliminabile, ma esso è accettabile, ed in taluni casi anche utile, se teso alla ricerca di nuovi equilibri in un quadro di compatibilità condiviso.
Il conflitto diviene invece un fattore di instabilità e regressione se protratto oltre misura e se non indirizzato verso approdi possibili.
Affidando la soluzione di una controversia ai rapporti di forza, il conflitto si manifesta laddove si ritengano esistere le condizioni favorevoli; ad esempio nel nostro settore la mancata firma unitaria del contratto nazionale di lavoro non ha prodotto una generalizzata diffusione del conflitto all'intero sistema - che, anzi, ne è rimasto sostanzialmente indenne- ma ha creato situazioni di tensione insopportabili in specifiche aree del Paese o in singole aziende, in cui, chi ha promosso l'azione rivendicativa - sto evidentemente parlando della Fiom- ha ritenuto esistere le condizioni più favorevoli.
Sia detto per inciso, al di là delle intenzioni, queste azioni non hanno rafforzato il ruolo ed il valore del contratto nazionale, semmai hanno sortito l'effetto contrario.
Però, se questo è il nostro recente passato, ritengo che oggi non sia più tempo per recriminazioni ed accuse reciproche, dobbiamo avere la capacità e la determinazione di guardare avanti per ricreare un clima di fiducia e di comprensione tra le parti sociali e per dare nuove opportunità e speranze alle imprese, ai lavoratori che in esse operano ed a quelli che vorrebbero poterlo fare.
Ciò sarà possibile solo se sapremo riprendere il cammino della crescita e dello sviluppo che da qualche tempo sembra essere smarrito.
Abbiamo sulle spalle un periodo tremendamente difficile, in cui le nostre aziende hanno dovuto fare miracoli per stare sul mercato.
Riduzione dei volumi accompagnate a diminuzione dei prezzi e compressione dei margini, hanno costretto molte imprese a sforzi finanziari notevoli - a cominciare dalla più grande delle aziende metalmeccaniche nazionali - oppure a rinunciare a progetti di sviluppo, a cercare compensazioni nella delocalizzazione, talvolta a cessare l'attività.
Oggi, fortunatamente, nel nostro settore cominciano ad avvertirsi i primi timidi segnali di miglioramento dell'attività produttiva, dopo tre anni contrassegnati da una fase recessiva che si è protratta fin dall'inizio del 2001.
Noi ci auguriamo che le indicazioni che stanno emergendo, soprattutto da alcuni indicatori previsivi trovino successiva conferma nei dati di consuntivo e si possa così definitivamente chiudere una delle fasi economiche più difficili che il settore metalmeccanico ha attraversato dal dopoguerra ad oggi.
La crisi ha toccato in misura più o meno intensa tutti i comparti metalmeccanici, senza eccezione alcuna, ed ha riportato i volumi complessivamente prodotti su livelli mediamente inferiori di circa 5 punti percentuali rispetto al 1995.
Sugli andamenti osservati ha pesato ovviamente più di un fattore. Da un lato si è fatto sentire il rallentamento dell'economia mondiale e la successiva instabilità ed incertezza dei mercati derivante dall'attentato alle Torri Gemelle, ma ha avuto ed ha tuttora un ruolo decisivo la costante perdita di competitività del nostro sistema produttivo.
Questa prima parte dell'anno ha confermato che l'economia americana è nel pieno di una fase di espansione, così come lo sono le economie emergenti del sud est asiatico e gran parte delle aree geo-economiche mondiali.
In Europa la ripresa appare però ancora debole e all'interno dell'Europa il nostro paese ha una velocità ancora più ridotta.
Gli Stati Uniti stanno crescendo ad un tasso compreso tra il 4 ed il 5%; l'Europa si colloca mediamente poco sotto i due punti percentuali e per l'Italia le previsioni più ottimistiche si fermano a circa 1,5 punti di crescita.
Già in passato, in occasione dell'inizio delle fasi espansive del ciclo economico mondiale, abbiamo avuto modo di sottolineare le difficoltà che l'Europa ha nell'agganciare la ripresa.
Abbiamo condiviso e sostenuto l'Europa del rigore ma adesso è indispensabile realizzare l'Europa dello sviluppo.
In particolare nel nostro paese il protrarsi dei ritardi nell'approntare una linea di politica economica, che ridia slancio al sistema produttivo, rende il compito degli operatori economici nazionali sempre più arduo e lo scorrere del tempo, senza che le questioni connesse allo sviluppo vengano affrontate e risolte, può effettivamente minacciare la nostra industria di lento ma inesorabile declino.
Esistono però le condizioni affinché ciò non accada, la minaccia non si realizzi.
Occorre intervenire con tempestività ed incisività sui nostri nodi strutturali e, in presenza di risorse limitate, devono essere fatte delle scelte ben precise nel loro utilizzo.
Nel recente passato la pur modesta crescita del prodotto interno lordo è stata garantita da una sostanziale tenuta della domanda interna per beni di consumo, mentre sono risultati fortemente cedenti gli investimenti e le esportazioni.
Le non molte risorse disponibili vanno quindi indirizzate a favore di interventi qualificati che favoriscano gli investimenti in ricerca, in infrastrutture e in quant'altro accresca la capacità competitiva del nostro sistema.
Su questo sembra esistere oggi una larga convergenza di opinioni. Occorre fare il massimo sforzo per modificare la scomoda posizione che l'Italia ricopre nell'attuale divisione internazionale del lavoro: troppo presente nelle produzioni a bassa crescita della domanda e poco presente in quelle ad alta crescita, troppo esposta alla concorrenza su i costi da parte delle economie emergenti e poco vocata a competere sulla frontiera tecnologica con i paesi più sviluppati.
Una posizione difficile, che spiega larga parte delle perdite di quote di mercato registrate in questi ultimi anni, ma una posizione modificabile con il contributo di tutti ed adottando le politiche necessarie.
Le parti sociali hanno un ruolo importante da svolgere.
" Recuperare lo spirito del '93 " non è uno slogan ad effetto ma una esigenza vera.
Come allora sapemmo concorrere al risanamento del Paese, anche svolgendo un ruolo di supplenza nei confronti della politica; così oggi dobbiamo dare il nostro contributo di idee e di comportamenti alla soluzione de1le nuove emergenze che si chiamano competitività e sviluppo.
Da qui dobbiamo ripartire.
Esiste un diffuso disagio, magari diversamente motivato, nei confronti dell'attuale sistema di contrattazione; ciò rende sempre più complicato rinnovare i contratti di lavoro ed abbiamo dovuto mettere in campo soluzioni sempre più fantasiose per non uscire completamente dalle regole che comunemente ci siamo dati.
E non sempre la fantasia è sufficiente, come dimostra proprio il caso della nostra categoria.
Oggi il contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici esiste ancora e le retribuzioni dei lavoratori sono state difese (anche meglio che in altri settori) per la concretezza ed il realismo di Fim e Uilm e per il senso di responsabilità dimostrato da Federmeccanica.
Non è pensabile che queste condizioni si riproducano all'infinito.
Anche per questo l'apertura di un confronto interconfederale sugli assetti contrattuali è ormai non più rinviabile.
Credo che la Federmeccanica, che più di altri, e pagandone il prezzo, ha difeso il rispetto delle regole date, abbia sufficiente titolo e credibilità per richiedere con forza una revisione del Protocollo del 23 luglio.
Una revisione che salvaguardi i principi cardine della concertazione e della politica dei redditi rinnovandone strumenti e procedure.
Lo dico con chiarezza: non abbiamo bisogno e non vogliamo un accordo dal quale escano vincitori e vinti, ma un nuovo equilibrio sul quale tutti si possano riconoscere.
Affinché ciò sia possibile, è necessario, come dice il Presidente Montezemolo, mettere da parte gli estremismi -e, aggiungo io, gli ideologismi- per guardare alle cose concrete con giusta predisposizione ed adeguato buon senso.
Una condizione necessaria è che la politica (quella politicante, con la "p" minuscola) stia fuori dalle relazioni tra le parti sociali e che le parti sociali stiano fuori dalla politica.
Sia noi che i sindacati dei lavoratori non possiamo e non dobbiamo rapportarci ai governi pro-tempore secondo lo schema governi amici/governi nemici; abbiamo governi democraticamente eletti dal popolo italiano, con i quali abbiamo il dovere di collaborare per tutelare, nel rispetto degli equilibri complessivi del Paese, gli interessi che rappresentiamo e di scontrarci, se del caso, per la stessa ragione.
Mai e poi mai, però, è consentito prendere in ostaggio la controparte naturale per combattere un governo che non piace; vale per le organizzazioni datoriali tanto quanto per i sindacati dei lavoratori.
Se il Parlamento, nella sua sovranità, promulga una legge, noi abbiamo il dovere di rispettarla, magari ricercando soluzioni convergenti per la sua applicazione concreta e per un governo condiviso della materia, ma non è possibile pretendere la sua non applicazione perché non ci piace; non è lecito imporre alla controparte, attraverso il conflitto, la non applicazione di una legge dello Stato.
La legge Biagi è un ottimo esempio di quanto sto dicendo; lì sono contenute importanti misure di modernizzazione del mercato del lavoro e viene lasciato alle parti sociali ampio spazio per l'adattamento alle singole realtà aziendali o categoriali.
Il ruolo delle parti deve appunto consistere nel riempire utilmente quello spazio senza preconcetti o, come in qualche caso appare, ideologismi.
Ritengo, tuttavia, che se relegassimo le parti sociali solo ed esclusivamente al ruolo di agenti contrattuali commetteremmo un errore grave, non valorizzando le potenzialità che esse possono sviluppare in settori ed ambiti diversi da quello puramente negoziale.
Come metalmeccanici abbiamo già esperienze positive alle spalle nel campo della Previdenza complementare avendo realizzato insieme Cometa, che è oggi il più importante Fondo pensione italiano.
Stiamo lavorando proprio in questi giorni ad un progetto nazionale di settore nel campo della formazione.
Ci siamo dati il compito di monitorare ciò che avviene nel campo dell'assistenza sanitaria per avviare, se del caso, iniziative anche in questa materia.
Questi sono solo alcuni esempi di quanto vasti e importanti siano i terreni di iniziativa sul quale possiamo e dobbiamo esercitare le nostre capacità realizzative nell'interesse delle imprese e dei lavoratori.
E' nostro compito ricostruire un clima che consenta di fare tutto questo, senza dover chiedere a nessuno di rinunciare alle proprie idee ma chiedendo piuttosto una disponibilità a mediarle in funzione di un accordo possibile.
Nel corso del mio mandato mi ripropongo di lavorare per questo fine, con il concorso di tutti voi e di una struttura che ha dimostrato nel tempo professionalità ed impegno nella tutela dei valori d'impresa.
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