Moto Guzzi V7 Classic – Test Ride

Una moto old school per riportarci indietro nel tempo a quando le moto forgiavano i piloti, senza tanti fronzoli o ritrovati elettronici, ma con una gran personalità

Moto Guzzi V7 Classic – Test Ride. Lo Stock 84, il Mennen, la gazzosa, la citrosidina, l’Alfasud, Carosello, le nazionali senza filtro… tante cose ci riportano alla mente, semplicemente evocandole, gli anni ’70. Un’epoca che vista a distanza di tanti anni vediamo forse con un po’ di rimpianto, un’epoca in cui il consumismo non era ancora dilagante e le cose venivano fatte ancora per durare negli anni e non per rompersi dopo poco, un’epoca, insomma, cui spesso ci rivolgiamo con benevola nostalgia.Nel mondo delle moto si può dire che fossimo agli albori, molti dei nuovi ritrovati ancora non erano neanche stati pensati; il filo del gas si rompeva di tanto in tanto, figuriamoci immaginare il ride by wire. Abbiamo tutti ben fissata in mente l’immagine di un baldo giovanotto, magari in sella ad una Morini 3 1/2 , con una sigaretta in bocca, i pantaloni a zampa, il colletto della camicia grande come una tovaglia e il ciuffo a banana prominente e non ancora per legge rinchiuso dentro un casco.Forse è a causa di un momento di simile nostalgia che alla Guzzi hanno pensato di far rivivere i momenti semplici, ma intensi che caratterizzarono quell’epoca. In effetti la Moto Guzzi V7 Classic, sembra appena uscita dalla macchina del tempo o ritirata fuori da qualche magazzino dopo aver passato gli ultimi trent’anni sotto ad un telo.I cerchi con i raggi, i doppi ammortizzatori posteriori e soprattutto lo stretto serbatoio ci fanno subito sentire come gli amici di Celentano nella famosa via Gluck. Non è certo la prima volta che ci troviamo di fronte ad una reinterpretazione in chiave moderna dei vecchi classici anni ’70, alcune case, anzi, ne hanno fatto proprio la bandiera aziendale, ma questa Guzzi V7 Classic, quanto è veramente classica e quanto invece è solo l’eterno tentativo di cavalcare la moda del revival?

Per scoprirlo non c’è altro mezzo che metterla in moto e scoprirlo. Come dicevamo la linea indubbiamente è quella, il serbatoio prosegue, o anticipa a seconda dei punti di vista, la linea della comoda sella piatta, la strumentazione è rigorosamente analogica e a parte il tubo in treccia aeronautica del freno anteriore, non si scorgono anacronismi di modernità, sembra effettivamente un pezzo originale dell’epoca. La si mete in moto e si avverte la coppia di ribaltamento, ossia quell’effetto dovuto dai motori a V o boxer per cui dando gas la moto “dondola” a destra e sinistra; mentre le due marmitte danno subito un responso positivo: la voce del V7 è calda, ma un po’ graffiante, come un Tom Waits prima maniera; tiriamo la frizione (non regolabile come non lo erano quelle degli anni ’70) e dando una bella acciaccata mettiamo la prima. Il motore da 50 cavalli ronfa pronto e quando diamo gas non ci vuole molto per arrivare alla coppia da 54,7 Nm a 3600 giri/minuto. Verrebbe voglia di levarsi il casco e di infilarsi un pacchetto di sigarette nella manica della maglietta per affrontare allegramente le curve come si faceva una volta. La ciclistica, effettivamente, non è esattamente come quella di una volta, ma il telaio che sembra derivato dalla Nevada, agevola gli inserimenti in curva e rende la moto stabile e abbastanza precisa. Le marce si susseguono e seppure non ci si debba aspettare velocità da supersportiva giapponese, la V7 conferisce un’ottima sensazione di sicurezza e divertimento. Passando sui pavé o su piccole sconnessioni non ci si aspetti di stare su una specie di astronave che assorbe tutto, le sospensioni infatti fanno sentire, seppur minimamente, la “scomodità” dell’asfalto non perfetto o, per essere più precisi, la possibilità di divertirsi anche quando il fondo stradale non è al livello di una gara di Moto GP.

La leva del freno (anch’essa rigorosamente non regolabile) trasmette l’impulso al disco flottante da 320 mm posto all’anteriore, mentre il pedale comanda il disco da 260 al posteriore: la frenata risulta non violenta o potenzialmente a rischio di essere catapultati in avanti, ma abbastanza potente per i 50 cavalli del mezzo che sono quindi tenuti perfettamente sotto controllo. Le testate sporgenti non saranno la massima comodità per i piloti più alti, ma almeno terranno le giunture calde negli umidi inverni, mentre il cambio è l’elemento che più ci dà da fare. Non ci si deve aspettare una cambiata robotica: poca pressione e, zac, entra la marcia corretta, qui bisogna essere guzzisti vecchio stampo e trattare il cambio con decisione e ruvidezza, se non si vuole rischiare che ci risputi fuori la marcia inserita. Nel traffico di Milano, forse non ideale per provarla, ma talmente difficile da rappresentare il test più duro per questo mezzo pensato invece per scampagnate e passeggiate, la V7 si comporta bene, svicola, accelera decisa ai semafori e frena con sufficiente sicurezza, come abbiamo già detto. Che moto è, in definitiva? Secondo noi è la moto perfetta per chi ama godersi i panorami primaverili, per chi dopo il lavoro vuole andare a farsi un aperitivo ed apparire come un biker old style, per chi magari è alle prime armi e ancora non ha confidenza con la filosofia Guzzi. Non è una moto da piegare al vostro volere, ma una moto che vi svezzerà e vi farà capire perché i motociclisti degli anni ’70 fossero considerati dei veri duri, la si deve guidare con decisione per avere del vero divertimento o rilassarsi per essere tranquillamente portati a spasso.

Se la Fujiko del cartone animato Lupin III fosse reale, probabilmente ne avrebbe una bianca come quella che abbiamo provato noi, così come forse lo stesso James Dean ne avrebbe presa una, ma purtroppo un difetto glielo abbiamo trovato. Ottimo il revival anni ’70, ci fa impazzire la filosofia duri e puri che l’ha ispirata e il carattere deciso della moto, quello che ci fa impazzire meno è il costo di 7990 €: abbiamo sempre pensato, infatti, che i costi elevati di certe moto fossero dati prevalentemente dalla componentistica altamente sofisticata che sempre di più le case motociclistiche usano, quindi questo prezzo per una moto così radicalmente retrò ci sembra un po’ esagerato. Ovviamente ci auguriamo di sbagliare, perché il marchio dell’aquila è sempre stato sinonimo di qualità e robustezza e speriamo vivamente che siano molte le V7 che vedremo circolare nelle nostre città, ma forse, se avessero voluto essere un po’ più “furbetti” alla Piaggio (che ormai da anni possiede e dirige la Moto Guzzi), secondo noi l’avrebbero dovuta commercializzare ad un prezzo un po’ più basso, più in linea diciamo, per continuare il parallelo con i bei anni che furono, con il tenore di vita da fame che tenevano i giovanotti dell’epoca della cedrata Tassoni.

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