La nostra 20.000 Pieghe: un viaggio di passione con una Honda CB650R

Tre giorni, oltre mille chilometri tra panorami e strade mozzafiato, in sella alla CB650R del team Honda Italia

20.000 Pieghe 2019 – Ne avevamo sentito parlare, come di tante altre manifestazioni e pensavamo fosse il solito “raduno” più o meno itinerante, nel quale una carovana di decine e decine di motociclisti si muove in gruppo su percorsi tracciati da altri e – lo ammettiamo candidamente – non ci aveva mai ispirati particolarmente. Diciamo che la consideravamo una di quelle cose alle quali non ci saremmo mai iscritti di nostra spontanea volontà.

Ma dato che pensiamo sempre che sia necessario provare tutto prima di dare un giudizio, quando ci è capitata l’occasione di partecipare, in sella alla nuova Honda CB650R, insieme al team ufficiale Honda Italia, non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione; tanto più che l’edizione 2019 aveva come base Arta Terme, in Carnia, una regione che conoscevamo pochissimo da un punto di vista motociclistico.

All’arrivo il giovedì, prima ancora di incontrare i compagni di team, sono iniziati a venirci i primi dubbi sul fatto che la 20.000 Pieghe non sia un “raduno” nel senso comune del termine quando, durante il briefing, Daniele Alessandrini, deus ex machina del motoclub Motolampeggio che organizza la manifestazione, ha iniziato a parlare di controlli orari, prove speciali, medie imposte… Aspetta un attimo, allora è una gara di regolarità? Si e no, la 20.000 Pieghe è un raduno atipico, una gara di regolarità e tante altre cose che si scoprono poco a poco, durante i tre giorni nei quali abbiamo percorso ben 1.100 chilometri tra le strade del Friuli, del’Alto Adige e del Veneto, con un paio di escursioni in Austria e Slovenia. Chi seguendo una traccia GPS, chi seguendo una cartina e un roadbook cartaceo come i più tradizionalisti “navigatori di terra”.

La formula è apparentemente piuttosto semplice. Alla 20.000 Pieghe ci si può iscrivere come singoli o come squadre, la sera prima della tappa, ci è stato fornito un vero roadbook, con segnate distanze, chilometraggi parziali e indicazioni di guida; sullo stesso sono indicati anche i punti nei quali i partecipanti dovranno scattarsi un selfie inquadrando un elemento preciso del paesaggio (un cartello, un monumento, un edificio) ed inviarlo all’organizzazione come controllo di passaggio. Inoltre sono indicati i punti di ristoro e, soprattutto, i cancelli orari di inizio della prova speciale. La prova speciale è il cuore della 20.000 Pieghe, il momento della giornata dove gli animi si scaldano, le manette prudono e si scatena l’agonismo più sfrenato, solo che, essendo la 20.000 Pieghe interamente su strade aperte al traffico, bisogna andare piano! Obiettivo delle speciali è infatti coprire una certa distanza (in questa edizione due speciali una di 12 e una di 22 km, più la terza annullata a causa del maltempo) in un tempo il più vicino possibile a quello imposto dall’organizzazione. Tanto per fare un esempio, i 12 km della prima speciale andavano percorsi in 20 minuti, che equivale ad una media di 42 km/h. Su una strada con un asfalto che sembra un biliardo, con curve che invitano ad aprire il gas, è DIFFICILISSIMO riuscire a mantenere una media così bassa e, per darvi un’idea del livello dei partecipanti, in un secondo di scarto era inclusa una decina abbondante di persone, quindi le speciali si giocano sul filo dei decimi e dei centesimi, ma sempre senza essere costretti a esagerare.

Medie così basse non devono però far pensare che le tappe siano passeggiate di tutto riposo, intendiamoci, non serve essere piloti di endurance per fare una 20.000 Pieghe, ma quando si devono percorrere oltre trecento chilometri di strade dolomitiche rispettando tutti i controlli orari, è necessario essere dei martelli. Ad esempio, quando ci fermavamo dieci minuti per fare qualche fotografia (o com’è successo l’ultimo giorno per indossare e togliere le antiacqua), per rientrare nella media eravamo costretti a non fermarci più per chilometri e chilometri. Non serve dare gas allo spasimo, non serve essere smanettoni, anzi alla 20.000 Pieghe questi non sono affatto ben accetti e l’organizzazione non si fa problemi a squalificare su due piedi chi tenga comportamenti scorretti o pericolosi, bisogna semplicemente essere dei passisti e aver voglia di stare in sella tante ore. Peraltro godendosi panorami e tragitti davvero mozzafiato.

Come accennato all’inizio, queste “tante ore” abbiamo avuto modo di passarle su tre fiammanti naked 650 di casa Honda: in tre giorni abbiamo imparato a conoscerci a vicenda e, nonostante non sia propriamente una tourer, dobbiamo dire che per percorsi del genere si è rivelata divertentissima e poco stancante. La prima cosa che si nota è l’elasticità del motore, assolutamente incredibile per un quattro cilindri di media cilindrata, sia a noi che ai nostri compagni di squadra è capitato più volte di percorrere lunghi tratti in completo relax mantenendo la quarta o addirittura la quinta sui passi di montagna. Ovviamente non ha un’erogazione che strappa le braccia, ma uscire dai tornanti in quinta senza incertezze è una cosa che ha dell’incredibile. Ovviamente il rovescio della medaglia è che non si ha mai la “botta” tipica dei quattro cilindri quando entrano in coppia, la curva di erogazione è piatta e sembra di non andare mai forte. Sembra, appunto, perché aiutati da un cambio assolutamente perfetto e da un impianto frenante che ha del “commovente”, non è difficile tenere ritmi anche molto allegri senza nessuno sforzo.

Difetti? Qualcuno, la sella è piuttosto dura, anche se la triangolazione sella-manubrio-pedane è azzeccata e le sospensioni dell’esemplare da noi utilizzato erano poco frenate nella prima parte dell’escursione, cosa che si notava soprattutto alzando il ritmo su asfalti non proprio perfetti. C’è però da dire che la moto in nostro possesso aveva poco meno di mille chilometri, facendo cambio con l’esemplare di un collega che aveva circa tremila chilometri di più, abbiamo trovato un comportamento decisamente migliore, è quindi probabile che necessitino solo di un po’ di rodaggio. In compenso, come già detto, la posizione in sella è azzeccata, con i polsi poco caricati e le pedane abbastanza arretrate da permettere di spingere quando serve, ma non tanto da risultare scomode, ci hanno permesso di trascorrere ore ed ore in sella e arrivare a sera ancora freschi e pronti a ricominciare.

In sella alla CB650R abbiamo quindi percorso passi dai nomi celebri, le strade del Cadore, la Valcellina, il passo Predil per entrare in Slovenia, lo Zoncolan, teatro di epiche battaglie ciclistiche, abbiamo costeggiato la tristemente famosa frana del Vajont e ci siamo infilati in stradine secondarie, spesso tanto malmesse quanto affascinanti che mi hanno portato a chiedermi come avesse fatto l’organizzazione a scovarle e come faccia a scovarne di simili ad ogni edizione, perché la 20.000 Pieghe non si tiene ogni anno nella stessa zona, da undici anni permette ai partecipanti di visitare e conoscere Regioni diverse, sempre con la stessa formula e sorprese diverse ogni anno.

Alla fine di tutto ciò, pensiamo sia doveroso quanto imbarazzante dedicare due righe alla nostra posizione in classifica, anche se preferiremmo non farlo. Il primo giorno abbiamo sforato il tempo imposto di ben sei secondi, finendo trentanovesimo su 160 partecipanti (si, la 20.000 Pieghe fa numeri di tutto rispetto), mentre i nostri compagni si sono piazzati ben più in alto in classifica; il secondo giorno a vanificare il risultato ottenuto sul campo è intervenuta una squalifica in speciale a causa di un “sorpasso in tutta sicurezza” (definizione messa per iscritto dai commissari), ma effettuato in zona proibita, ovvero nell’ultimo tratto prima della fotocellula (e ad oggi non riusciamo a capire chi abbia sorpassato, tanta era la concentrazione nel percorrere gli ultimi metri a velocità trialistica), mentre i nostri compagni si sono piazzati rispettivamente decimo e ventiseiesimo. Il terzo giorno invece, il maltempo ha castigato tutta la squadra, su tre tute antiacqua due hanno collassato facendoci inzuppare come pulcini, un errore di navigazione ci ha portato a percorrere quasi 40 chilometri più del dovuto, separandoci dal resto del team (MAI fidarsi di quelli che “sembrano sicuri”, è sempre meglio sbagliare da soli) e, in tutto ciò, abbiamo abbondantemente sforato due controlli orari giocandoci la classifica generale e risultando solamente sedicesimi su ventuno team iscritti. Pazienza, siamo già tutti e tre assolutamente invasati e pronti a riguadagnare l’onore perduto il prossimo anno, a maggio, in Sardegna!

A cura di Stefano Pelati

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