Transamerica 2008

Il richiamo dell’avventura. Un viaggio in solitaria in moto attraverso Alaska, Canada e Stati Uniti

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L’Alaska, il Canada, sono nomi che evocano una distanza leggendaria. Ad un italiano come a qualsiasi altro cittadino europeo questi territori possono apparire più mitici che reali. Nel 1898 in Alaska partiva la sfrenata caccia all’oro, per molti a bordo di carri trainati da cavalli per altri semplicemente a piedi. Centodieci anni dopo la mia avventura parte da lì, a bordo di una motocicletta, non alla ricerca dell’oro che quasi sicuramente non c’è più, ma semplicemente per esplorare un territorio per molti noto soltanto grazie ai racconti di Jack London. Un viaggio di 16.000 chilometri con due obiettivi principali: raggiungere il punto (transitabile da un veicolo a due o più ruote) più estremo dell’Alaska e scendere giù sino alle terre rosse dell’Arizona nella zona della Monument Valley.

Lascio Vancouver nella Columbia Britannica dopo aver ritirato la moto, spedita qualche giorno prima via aereo da Monaco di Baviera, ed inizio la mia ascesa verso Nord. Ho lavorato a questo progetto per sette lunghi mesi, e ogni sera guardavo la mappa per capire quale potesse essere la rotta migliore, quella che mi avrebbe offerto maggiori emozioni, gli scenari migliori. Per trovare il meglio dovevo inevitabilmente lasciare le classiche rotte turistiche, abbandonare le noiose highway per delle isolate strade sterrate. A dire il vero in Canada come in Alaska non è poi così difficile trovare una strada non asfalta, e quasi tutti sono dotati di potenti fuoristrada in grado di percorrere strade in qualsiasi condizioni. La mia però è una moto, che a pieno carico pesa in totale circa 450 chili, e quando il fondo inizia essere scivoloso o particolarmente sconnesso non è poi così facile governarla. Ogni singolo giorno è scandito da una tappa che segna in modo indelebile i miei ricordi, i paesaggi sono delle cartoline viventi e solo la creativa ed esperta mano di un’artista potrebbe ritrarre questi momenti. Attraverso tutta la British Columbia in un susseguirsi impressionante di cambiamenti climatici e di paesaggi.
A Nord, al confine con l’Alaska, le nevi perenni ammantano le vette delle catene parallele alle Montagne Rocciose, mentre in altre aree del centro esistono frammenti di zone desertiche dove la temperatura a luglio raggiunge i 37/40 °C. Entro in Alaska, dopo aver percorso la famosa Alaska highway, una sorta di superstrada panoramica, accompagnato da un leggera ma fitta pioggerellina. Il repentino cambiamento climatico è una caratteristica di questa zona, come i suoi abitanti: le zanzare! ce ne sono a milioni. Passato il Circolo Polare Artico il paesaggio inizia pian piano a cambiare e la taiga viene sostituita dalla tundra. I pendii sono spazzati spesso dal vento che giunge dal grande Nord, e ogni qualvolta che scollino vengo invaso da un odore di salmastro. La vista del Mar Glaciale Articolo o “Arctic Ocean” come lo chiamano gli alaskani, decreta il raggiungimento del mio primo obiettivo: Prudohoe Bay. Negli ultimi due giorni ho percorso 1500 chilometri su una delle più terribili e temibili strade sterrate dell’Alaska: la Dalton Highway.

Da qui inizia la discesa, verso sud, verso le calde terre dell’Arizona. A cavallo delle Montagne Rocciose, attraversando le regioni canadesi dello Yukon, dell’Alberta, il Parco Nazionale di Jasper con i suoi boschi, con i suoi laghi, forse uno degli scenari più belli e selvaggi di tutte le Rockies, raggiungo, per mezzo della highway 93 (una delle più panoramiche dell’intero territorio), la frontiera con gli Stati Uniti. In non più di trenta minuti faccio ingresso nel Montana, terra di cow boys, dei rodeo, degli allevamenti di bestiame. Man mano che avanzo sento sempre di più la mancanza delle strade isolate del Canada e dell’Alaska, sento la mancanza della cordialità delle gente di quelle zone, mi manca la solidarietà che ogni persona sulla strada, che sia ciclista o camionista, dimostra nei confronti di chi viaggia, di chi è “on the road”. Percorrendo la Interstate 70, che presto inizio ad odiare a causa del suo traffico “pesante” fatto di enormi camion, attraverso tutto lo Utah e una volta uscito a Cedar City mi dirigo verso Bryce Park.
In realtà la mia prima destinazione doveva essere il North Rim di Grand Canyon, ma una coppia di motociclisti di Montreal mi suggerisce questo fuori programma. Devo ringraziarli per il prezioso consiglio perché lo scenario che mi si para davanti una volta entrato nel parco è davvero unico. Da un profondo anfiteatro, impropriamente denominato canyon, affiorano enormi sculture dall’intensa colorazione rossa a forma di candela, denominate hoodoos, prodotte dall’erosione delle rocce sedimentarie fluviali e lacustri, erosione dovuta all’azione di acque, vento e ghiaccio. L’originalità del Bryce National Park placa il mio entusiasmo iniziale una volta giunto nel Grand Canyon. Qui quello che stupisce è decisamente la vastità del paesaggio, la maestosa profondità dei canyon. Il tempo però stringe e prima della Monument Valley ho ancora circa 200 chilometri. Inizio la discesa e con una certa rapidità compio uno dislivello di circa 2400 metri, con una temperatura che cresce vertiginosamente per fermarsi a 40 °C. Mi sembra di essere entrato in un forno. Cerco refrigerio bagnando il mio BUFF, e per fortuna il mio abbigliamento tecnico riesce a dissipare bene il calore e garantirmi in ordine di marcia una discreta ventilazione.

La Monument Valley è un’icona degli Stati Uniti e la strada per raggiungerla è altrettanto famosa: segue un percorso rettilineo in leggera discesa che dà al viaggiatore l’impressione di calarsi all’interno della valle. La caratteristica del territorio sono le guglie dette butte o mesas. Questi edifici naturali formati da roccia e sabbia hanno la forma di torri dal colore rossastro con la sommità piatta più o meno orizzontale. La cosa che impressiona di più è la loro precisa collocazione. Sembra come se qualcuno avesse deciso di metterli li, perché noi comuni mortali potessimo ammirarli e fotografarli. La mia avventura si conclude sostanzialmente nella terra dei Navajo (gli abitanti della Monument Valley), ora non mi resta che imboccare la Interstate 80 verso Toronto per fare rientro in Italia. Da domani si inizia a pensare alla prossima di avventura!
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