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Anna Andreussi, il sorriso dei rally

La campionessa Peugeot si racconta: il rapporto con Andreucci

Anna, la tua è una lunga storia d’amore per la disciplina, anni da vincente e da protagonista. Ma come ti sei avvicinata al mondo dei rally, disciplina solo apparentemente maschile?

Ho conosciuto il rally per caso intorno ai ventuno-ventidue anni. Ho sciato a livello agonistico fino ai diciotto-venti anni. Mancandomi l’adrenalina e la competizione, andando a vedere una gara di rally mi è tornata la voglia di fare qualcosa. Quindi ho iniziato con delle piccole gare vicino a casa mia molto amatoriali poi, di volta in volta, un po’ la fortuna e un po’ la disponibilità perché studiando all’università avevo del tempo libero, ho cominciato a fare le prime gare. È stato Paolo (Andreucci ndr) che nel 2001 mi ha chiamata e mi ha chiesto di correre con lui. Da lì in poi è iniziata la mia attività agonistica che è diventata anche il mio lavoro.
Quando e come hai conosciuto Paolo Andreucci?
La storia mia e di Paolo è particolare. Mi ha chiamata come navigatrice senza avermi mai vista, perché rispecchiavo delle caratteristiche che gli interessavano, anche fisiche perché effettivamentelo sport richiede un peso leggero: se carichiamo peso in macchina diminuiscono i cavalli. Per lui era importante avere un navigatore che fosse leggero, bravo e competente. Si è informato chiedendo di me a conoscenti in comune, sapeva che sciavo e avevo certe caratteristiche… così mi ha chiamata una sera e mi ha chiesto se ero interessata. Incoscientemente ho detto di sì! Probabilmente in quel momento non avevo ancora le carte in regola per fare quello che mi stava chiedendo, avevo veramente poca esperienza. Però il treno passa una volta sola e se non sei pronta a salirci non è detto che ne passi un secondo. Così mi ha fatto fare il primo anno di tirocinio in cui ho imparato a conoscere il suo modo di lavorare. Non ho fatto tutte le gare, ho lavorato molto con i suoi collaboratori e mi sono preparata.
E da li hai spiccato il volo…tanto da diventare poi coppia anche al di fuori dai rally?
All’inizio sono rimasta positivamente colpita dal suo modo di lavorare, dalla sua professionalità e da un approccio molto serio che ha avuto nei miei confronti. Mai avrei pensato che poi sarebbe potuto nascere qualcosa. Io ero fidanzata, lui era fidanzato, a fine gara mi salutava e ci si sentiva solo per lavoro. Non c’era veramente niente che potesse far pensare a qualcosa di più. Il secondo e il terzo anno siamo stati molto vicini perché abbiamo fatto tutto il campionato e i test insieme. Avevo veramente bisogno di crescere e di imparare, ho cercato di assorbire tutto quello che potevo. Dopo il terzo anno, all’inizio del quarto, non avevo più un fidanzato, ero molto impegnata, avevo nella testa solo il rally. Prima studiavo all’università e lavoravo da mio papà, ma ho mollato tutto. Purtroppo ho lasciato l’università, che è uno dei crucci che tuttora ho. Così mi sono dedicata al cento per cento a questa attività.

 

E poi?
Un bel giorno io e Paolo abbiamo cominciato anche a parlare di situazioni familiari. Inevitabile quando stai veramente tanto tempo in macchina con il tuo pilota e anche durante i momenti di scarico, il pranzo piuttosto che i trasferimenti per raggiungere i luoghi dei rally. Abbiamo iniziato a parlare di noi, delle nostre famiglie e di quello che facciamo nella vita. Nel giro di qualche mese ci siamo scoperti molto simili. Eravamo molto spaventati all’inizio, ci dicevamo “però, mi raccomando, non deve cambiare niente” perché stavamo lavorando davvero bene. C’è stato un attimo di paura, non volevamo rovinare il nostro principale obiettivo che era quello di lavorare insieme. All’inizio non l’abbiamo detto, abbiamo cercato di capire… Ci siamo resi conto che il fatto di stare insieme ci ha aiutato molto anche nel lavoro. Ormai conosco Paolo veramente bene, mi basta sentire un suo sospiro al microfono o vedere come muove le mani per capire se è tranquillo, se va tutto bene. Questo mi ha aiutata davvero tanto.

 

L’autoironia credo che sia uno dei vostri assi nella manica. L’ultimo video che avete girato “Io la guido così su terra” ha un finale micidiale
Si. Nel video Paolo spiega in presa diretta come su guida la nostra Peugeot 208 T16 sullo sterrato. Peccato che venissimo da due gare proprio su terra (l’Adriatico e San Marino) che sono state proprio il massimo, probabilmente le peggiori da molto tempo. Mi è venuto proprio naturale dirgli “Sei più bravo a parlare che a guidare”. Ma è giusto così, siamo professionisti, dobbiamo fare tutto al meglio ma non dobbiamo mai perdere la voglia di scherzare e prenderci in giro. E’ una cosa che abbiamo imparato in tutti questi anni assieme.

 

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